martedì 11 settembre 2012

IL CURIOSO CASO DI BILLY IL BUGIARDO E LILLI LA ROSSA.

Parto da Billy. Non per sciocchi corporativismi maschilisti ma perchè sulla rete mi è capitato di vedere il suo discorso alla Democrats National Convention cinque giorni fa. Si, parlo di Bill Clinton, l'ex presidente che ha rischiato di diventare ex anzitempo per non aver saputo tenere su la zip con una stagista peraltro assai bruttina. E che, beccato dal mondo intero, ha reagito con il classico "non è come tu pensi". Accreditandosi così come bugiardo fedifrago su scala globale. Bene. Sarà pure un fedifrago, ma è un comunicatore eccellente. E in questa occasione lo dimostra ampiamente, provando una volta di più che l'efficacia del saper parlare in pubblico non è solo questione di posture e di manualetti di autoformazione in 10 passi. Del discorso del buon vecchio Bill, aldilà del dare per scontata la "proprietà" dell'argomento, dello sorytelling e tutte le regole base del public speaking, colpisce il suo essere "genuino". Nel senso che "sente", e profondamente quello che dice. E' lui il primo ad essere appassionato. Si comporta, in grande stile ovviamente, come chiunque di noi quando è chiamato ad affrontare un argomento a cui tiene con persone che reputa importanti. Quelle occasioni in cui, con queste premesse, chiunque di noi sa essere spontaneamente efficace, coinvolgente e convincente. E naturalmente agli antipodi rispetto a certe dinamiche puramente "seduttive" che, mi spiace per chi ha speso molti quattrini per apprenderle, non seducono più proprio nessuno. Poi Speaking Bill è "democratico", nel senso che parla da cittadino ai cittadini e da cittadino impegnato. Qualcuno in cui chiunque può o, se non può desidera, rispecchiarsi. Senza alcun bisogno di "casacche". E questo gli consente, oltre che di essere diretto, di essere credibile, laddove il ruolo, nella comunicazione politica come in quella aziendale, delimita un perimetro organizzativo e di competenza ma non è più garante di soggezione d’ascolto passivo. E’ inoltre educato e rispettoso e – mi si permetta – non sono due frivoli attributi da manuale di bon ton. Sono il segnale di un mondo che è cambiato. Che alla “vis polemica” del duello contrappone la forza dell’affermazione dei propri contenuti. Non è un caso che a Milano, il colpo basso inferto a Pisapia da Letizia Moratti nel dibattito televisivo abbia contribuito considerevolmente e senza possibiltà di recupero alla disfatta elettorale della medesima. Inoltre e infine, il buon vecchio Bill, è “gestaltico”. Fa emergere un tema dallo sfondo, lo porta in figura e lo affronta quasi parlando con il tema stesso. Non nascondendo, ma anzi amplificando le risonanze emotive. Poi lascia che la figura ritorni sullo sfondo per permettere al tema successivo di rendersi percepibile. E in virtù di ciò riesce ad essere empatico. Osservando la reazione del pubblico è più che evidente che gli applausi non sono un segno di entusiasta ammirazione. Sono un chiaro segnale di condivisione, anche emotiva, nell’ambito di una relazione profonda. Certo in parte è questione di carisma (e questo non si impara). Ma molto probabilmente è anche saper fare di necessità virtù. E in questo Billy è stato grande. La prova? Basta andare a vedere (sempre su YouTube) la rigidità impacciata ed "evitante" con cui il fedifrago Bill dichiarava pubblicamente di non aver mai avuto rapporti sessuali con la signorina Lewinsky.
Ora, facciamo un viaggio nello spazio (nel senso che torniamo in Italia) e nel tempo (fermandoci agli anni '80). Allora c'era una giovane giornalista televisiva altoatesina. Si chiamava Dietlinde Gruber, o, più semplicement,e Lilli. Intelligente, acuta, bella. Tanto che, in quegli anni, viene chiamata a testimoniare i fatti che sarebbero entrati nei libri di storia. Cose come la caduta del muro di Berlino o la guerra del Golfo. Ma non sarà quello e neppure la successiva carriera politica ciò per cui Lilli viene, dai più, ricordata. La sua icona è il mezzobusto con il braccio appoggiato sulla scrivania a protendere il corpo verso il pubblico catodico. Il tono di voce assertivo e autorevole, punteggiato da leggeri movimenti del mento. Lo sguardo fisso negli occhi di milioni di persone. Un'emotività assolutamente controllata. Un look impeccabile (per l'epoca si intende: oggi sarebbe tra l'eccessivo e il fetish). Uno stile di comunicazione algido, decisamente "dall'alto verso il basso", e in quanto tale fatalmente seduttivo. Questo è stato sufficiente a imporre la rossa Lilli come calco sul quale modellare la teoria del "public speaking" all'italiana. Anche per coloro, gli uomini di azienda appunto, che non potevano puntare su smottamenti ormonali appoggiando garbatamente e di lato il busto sulla scrivania. Un modello sopravvissuto fino ad oggi, nonostante la rossa Lilli abbia cambiato registro, gonfiato le labbra a dismisura e da "giornalista dei fatti che cambiano la storia" sia diventata "giornalista e basta". Peraltro controversa. Visto che nella sua pagina Facebook (sulla quale lei non interviene mai, e viene il legittimo dubbio di chiedersi a cosa serva) vi sono solo post promozionali del suo talk show, commentati con frasi del tipo "dove hai comprato gli orecchini?" o "la sua intervista a Favia è disgustosa". Commenti ovviamente non replicati. Al contrario, Billy ha un profilo Facebook intitolato "Bill Clinton Back to Work". Una foto con un sorriso da vicino di casa che ti saluta dalla porta, e poi naturalmente grandi argomenti che animano dibattiti che arrivano fino in Cina. Certo, il paragone è azzardato e paradossale. E' ovvio che passa alla storia chi ne è protagonista, non chi si limita a testimoniarla. Ma noi stiamo parlando di comunicazione, mica di chi è stato più bravo a cambiare il mondo. E visto che insieme al mondo, evidentemente cambia anche il mondo della comunicazione non sarebbe il caso di fare qualche aggiornamento? Fosse anche cominciando dai modelli di riferimento per i manuali e i corsi di public speaking.

martedì 3 luglio 2012

TRUE LIES

Ok, mi sono sbagliato. Almeno in parte. Pur avendo sempre avuto un occhio abbastanza critico rispetto al libro delle facce e ai cinguettii, di una cosa ero relativamente certo. L’autenticità. Perché ci si mette la faccia. Perché ci si espone (forse anche troppo), con le proprie idee, i propri credo e le proprie convinzioni. Forse in maniera eccessiva, a volte compulsiva, ma tutto sommato reale. E pur senza negare che il meccanismo alla base del successo dei social network fosse l’insano piacere di farsi i fatti degli altri (e di offrire i propri), trovavo che tale meccanismo fosse tutto sommato onesto in quanto chiaro ed esplicito. Si intende, non in termini assoluti. Anche a me come ad altri è successo di ricevere richieste d’amicizia da Katiuscia Spencer (con foto da Playmate a corredo). Ma in questi rari casi l’idiozia viene prima della disonestà e con essa lo smaltimento della richiesta nella sezione “rifiuti indifferenziati”. Peraltro ho sempre apprezzato, pur senza smettere di leggere i giornali, il flusso di informazioni che scorreva a suon di passaparola tra le pagine dei social media. In primo luogo perché sui social media spesso circola quell’informazione che la carta stampata, così timorosa di offendere questo o quello, non pubblica più (tralascio il caso Euro2012 con i ”Vaffanmerkel” e “Ciao Ciao Culona” di Libero e Il Giornale, che dal mio punto di vista è spazzatura indifferenziata e non certo giornalismo). In secondo luogo perché se una notizia mi viene riportata da un amico con il quale condivido un determinato sistema di valori, quella notizia sarà credibile e autorevole per definizione. Anzi, proprio i Vaffa e Culona, che sono quasi riusciti a suscitarmi un’ombra di pietà per la monolitica Merkel, mi hanno convinto che la rovina della carta stampata non è l’open journalism ma la qualità da cortile che ha assunto il giornalismo di certe testate. Detto questo mi sono reso conto che la cialtroneria a cui ci hanno abituati alcuni media cosiddetti tradizionali è arrivata anche sui social media. Ed è più pericolosa, dal momento in cui la bufala mi viene passata, in buona fede, da un amico che a sua volta l’ha ricevuta in buona fede, da un altro fidatissimo amico. Andiamo al sodo. Qualche giorno fa, un blog molto seguito pubblica la notizia secondo cui la senatrice Paola Binetti (già nota per posizioni dal sapore medievale in tema di psichiatria, omofobia e chi più ne ha più ne metta) avrebbe affermato un secco no alle terapia del dolore per i bambini malati di cancro in quanto “è giusto che anche loro portino la croce di Gesù”. Una bella bestemmia direi. Che nel giro di pochi secondi è rimbalzata su centinaia di blog, Twitter e pagine Facebook (compresa la mia). Accompagnata da ovvi commenti di sdegno e disgusto. Per quanto riguarda la signora Binetti, sicuramente nel corso degli anni non ci ha fatto mancare valide motivazioni che ne giustificassero la messa all’indice. Ma non questa. Perché, semplicemente Paola Binetti non ha mai pronunciato queste parole. Le ha smentite, tempestivamente e categoricamente, attraverso la sua pagina di Facebook. Ma la risonanza della sua smentita ha avuto anche meno successo dell’Italia alla finale di Euro2012. Dal momento che nessuno di coloro si è fatto portavoce di cotanta bestialità ha avuto l’umiltà di smentire. Io l’ho fatto. Per senso di civiltà. Per amore di giustizia e sentendomi pure un po’ idiota per essermi lasciato ingolosire dalla fin troppo ghiotta opportunità di dare addosso alla Binetti. Ma sono anche un po’ preoccupato. Perché quel pettegolo, anarchico ma allo stesso tempo onesto e sincero veicolo di condivisione chiamato Facebook forse tutta questa fiducia non la merita. Perché, anche se è un caso isolato, è un caso di assoluta gravità, visto che su certi argomenti non si può agire con leggerezza. Perché l’irresponsabilità dell’autore originario della bufala è, quasi pari a quella di coloro che, seppur con le attenuanti generiche della buona fede e dell’inconsapevolezza, l’hanno trasformata in “breaking news” senza possibilità di replica. Perché se Facebook, a livello di sistema, è un bene pubblico e aperto, non credo che qualcuno abbia il diritto di minarne la credibilità e, peggio ancora, di farlo attraverso me. Perché non avrei mai pensato di dovermi sentire in dovere, da onesto cittadino, di dovermi trovare un giorno a scrivere un post a difesa di Paola Binetti. Scoprendo così che il famoso detto “è la stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente”, potesse avere una nuova brutale frontiera. Proprio sulla mia pagina Facebook.

mercoledì 13 giugno 2012

IO CONFESSO

Ieri mi è capitato di leggere un commento al precedente post sul come far capire ai clienti e ai comunicatori la differenza fra “essere” su un social network e “utilizzare” i social media. Credo che il problema sia più complesso e venga prima di Facebook. Riguarda i comunicatori, la loro credibilità e la capacità di persuadere se stessi e i clienti che ciò che fanno è veramente di valore. Riguarda quello che sta in mezzo al dire e al fare. Ne parlo a ragion veduta, essendo un comunicatore da più di vent’anni e avendo visto quindi la caduta di molti professionisti dal “paradiso dei consulenti in comunicazione” (che nessuno sapeva chi erano ma erano profondamente rispettati) al girone dei “comunicatori” (che tutti sanno chi sono ma non è sempre un buon motivo per starli ad ascoltare). Che cosa è successo? E’ semplicemente colpa della crisi? I tempi che cambiano? Ci sta tutto. Anche la dichiarazione alla radio di una nota cantante italiana che, interrogata sul proprio curriculum scolastico, ha affermato di essersi laureata in “stronzologia”, e cioè in relazioni pubbliche. Inutile dire che una dichiarazione del genere vent’anni fa non si sarebbe mai sentita. Comunque sia, giusto per rimanere nella tradizione, la caduta dal paradiso, è sempre conseguente a una ripetuta indulgenza al peccato capitale o al definitivo cedimento alle tentazioni di Satana. Probabilmente alcuni comunicatori non si sono fatti mancare niente. Quindi conviene inginocchiarsi nel confessionale e sperare in una redenzione. O almeno scongiurare la caduta nel girone inferiore a sostituire i carabinieri nelle barzellette. E quindi eccomi qua a confessare i peccati. Non i miei, ne quelli dei colleghi attuali e passati (non vorrei giocarmi centinaia di amici con un post). Diciamo che me li ha confidati mio cugino. E io mi confesso in sua vece. 1.Menzogna. Beh, visto che parliamo di comunicazione questo direi che è il peccato originale. E puntualmente smascherato. Non parlo di cose necessariamente grosse come presentare strategie “detto-fatto” quando non basterebbe neppure l’intervento della Madonna di Lourdes. Parlo anche delle tante “mezze verità”. Quelle che messe in fila in un mese fanno dieci mancate verità belle piene. Cose come “noi (il plurale solenne è di rigore) abbiamo un tool specificatamente studiato dai colleghi d’oltreoceano (fa figo) per il mercato delle bare”, oppure “anche se il budget non lo consentirebbe ti mettiamo a disposizione un team di 5 persone interamente dedicato (siamo io, Bart Simpson e i quattro bambini di South Park)”. Di esempi ce ne sarebbero a milioni, a partire dall’elenco delle credenziali contenuto in molte presentazioni. Chi persiste in queste pratiche sappia che nell’epoca dei social network lo sputtanamento è a portata di clic. 2. Avidità. I soldi contano non solo per noi, ma anche per i clienti. E se non va bene vendersi un tanto al chilo, va peggio vendere princisbecco facendolo passare per oro. Una volta si vendeva consulenza, strategia e strumenti operativi. Poi si è cominciato a vendere strumenti chiamandoli consulenza e strategia (pur di venderli a un prezzo più alto). Oggi ci si ritrova a vendere strumenti e servizi e si fa fatica a farseli pagare a prezzo equo. O a farseli pagare. 3. Superbia. La realtà aumentata, tanto di moda oggi è un concetto opposto all’aumentare la realtà. E quindi l’aver passato l’adolescenza all’Università del Commodore 64 non fa di noi dei laureati in comunicazione digitale. Avere Barack Obama fra gli “amici” di Facebook non è farci le vacanze insieme. Resistere all’ansia da red carpet per un comunicatore non è facile. L’imbarazzo dello sputtanamento – sempre dietro un clic - è anche più difficile. Spesso irreparabile. 4. Piaggeria. Diciamocelo: il cliente non ha sempre ragione. Quindi perché ostinarsi a dargliela? Un conto è consigliare (quello che fanno i consulenti), un conto è assecondare aldilà del ragionevole. Lo fanno gli psichiatri. Con i pazzi. E i clienti, oltre a non pagare per essere trattati da pazzi, se ne accorgono subito. Anche senza i suggerimenti dei social network. E’ sufficiente capirli. O, per i più esigenti, accudirli. Mi riferisco a cose piccole, come un drink o un locale di striptease per rilassarsi un po’ (questo, confesso di averlo fatto: è grave?). 5. Autoplagio. E’ un peccato minore. Ma ripetuto oltre il ragionevole. Parlo dei progetti fotocopia. Fotocopiati mese dopo mese e dove l’unica cosa che cambia è il logo del cliente. O dei progetti collage: un pezzo da questo, uno da quell’altro, cut and paste, said and done. Fermo restando che dall’epoca della scuola abbiamo appreso che copiare salva la vita, ora dobbiamo realizzare che copiare troppo rende ciechi. E smettiamola di pensare che i progetti siano custoditi gelosamente come il terzo segreto di Fatima. Girano. Di mano in mano. Di cliente in cliente. Di comunicatore in comunicatore (in questo caso viene cambiato anche il logo dell’agenzia). Alla faccia di tutte le Unique Selling Proposition del pianeta. 6. Arroganza. Questo vale anche, e molto, per i giovani comunicatori. Quelli che di fronte allo sconforto del cliente e alla prospettiva di passare un ulteriore weekend per cambiare rotta continuano per la loro strada e chi non capisce è un imbecille. Io questo peccato l’ho praticato poco, ma in veste di cliente l’ho subito abbastanza. E in quei – penosi – momenti pensavo “sarò anche un imbecille perché non capisco la tua genialità, ma proprio per questo mi cerco un imbecille che capisca me”. Ma se già abbiamo identificato la piaggeria come peccato capitale, come può essere coniugato con l’arroganza che ne è l’opposto? In questo noi comunicatori sappiamo fare miracoli. 7. America. Gli americani sono fighissimi. Fanno cose fighissime. E anche quando non sono tali le raccontano in modo fighissimo. Ma “simm’ nati in Italy”. E questo fatto apre una schiera pressoché infinita di sottopeccati. Vanno dal mettere la desinenza “ing” ogni tre parole all’italianizzare ossessivamente i vocaboli inglesi (briffare, speechare ecc. ecc.). Dallo strutturare la milionesima metodologia in 10 passi (i primi a farlo, si sappia, sono stati gli alcolisti anonimi) a fare proprie tutte quelle sciocchezze del multitasking, always connected, 24/7 e chi più ne ha, per favore, provi a toglierne un po’. O perlomeno vada a New York per essere sicuro di aver capito bene cosa significhino. Di questo peccato, lo ammetto, mi sono macchiato anche io. Spesso e volentieri. Mi fermo qui. Forse qualcuno si chiederà perché sono io a confessarmi al posto di mio cugino, mentre lui probabilmente è ancora diabolicamente perseverante nel peccato. E’ semplice. La comunicazione è un meccanismo perverso, pettegolo e malpensante. Ragion per cui, anche se i peccati li fa solo qualcuno, alla fine la colpa la pagano tutti. Io, per quanto mi riguarda, prometto, per quello che riesco, di “fuggire le occasioni prossime di peccato”. Ma se trovo qualcuno che mi paga bene…

lunedì 11 giugno 2012

FANCLUB

Aldilà delle previsioni sul futuro di Facebook (più plumbee del più funesto calendario Maya) resta un dato di fatto. Facebook ha cambiato il mondo. E se non ci sarà più, a parte qualche dispiacere per Mark Zuckerberg (che non è mio amico, neppure su Facebook e passa per non essere neanche un gran simpaticone) ci sarà qualcos’altro. La rivoluzione a volte prosegue anche senza gli eroi che l’hanno fomentata. Partendo sempre dal basso. Mi spiego meglio. Facebook, ma anche Twitter, Pinterest, Instagram e tutto il resto, sono chiaramente dei contenitori. E’ l’utente che mette la sostanza. Ma mentre le persone, normalmente, mettono la loro autenticità, il loro quotidiano e il loro sistema di valori; le aziende (che sono comunque aggregati di persone) riempiono il contenitore di volantini pubblicitari. Nel mio condominio per questo genere di strumenti c’è una cassettina apposita, svuotabile dal fondo, dove vengono raccolti tutti i volantini destinati agli inquilini e, una volta alla settimana, viene direttamente svuotata nel cassonetto della carta. Questo significa che i volantini sono stati formalmente consegnati. Ma di fatto non sono arrivati a nessuno. Le aziende, soprattutto quelle grandi, utilizzano Facebook alla stessa maniera. Anzi hanno l’arroganza di percepirsi come “Grandi Fratelli”, pensando che ogni messaggio lanciato generi una standing ovation. Per il solo fatto di esserci. O per avere migliaia di cosiddetti “fans” che, magari sull’onda di un buono sconto, hanno cliccato sul fatidico pulsante blu. E’ ora di aprire gli occhi. E di andare sul concreto. Parliamo di una multinazionale. Una di quelle davvero molto, molto grandi e a stelle e strisce. Su Facebook ha una pagina. Ha oltre 515.000 cosiddetti “fans”. Pubblica post ad ogni ora del giorno e della notte. Sulle meraviglie della margarina. Sul nuovo packaging del detersivo. Sul fatto che nella giornata mondiale dell’ambiente è opportuno fare gesti concreti. Ogni post ottiene in media un “mi piace”. Da parte Della signora Fanny che evidentemente ha il marito che lavora li. Altri rimangono sospesi in un vuoto silenzioso. Qualcuno ottiene un commento. Spesso negativo e spesso a tinte forti. Che rimane sospeso. O a cui l’azienda risponde che per questo genere di tematiche è opportuno utilizzare i contatti del servizio clienti. Sempre che il post cosiddetto “sgradito” non venga eliminato per una soluzione radicale del problema. Sorge qualche dubbio. In primo luogo sul significato da attribuire alla parola “fan”, originariamente abbreviazione di “fanatic” e che riporta alla mente le folle che si strappano i capelli di fronte a ogni apparizione di Mick Jagger o Madonna. L’azienda in questione ha una fama sicuramente pari a quella di questi personaggi, ma i suoi 514.999 fan, e quindi eccezion fatta per la signora Fanny (nomen omen), sono ben poco fanatici. Anzi, diciamo che lanciano un messaggio ben preciso. E’ “nonmenefreganiente” (ma l’apposito pulsante blu su facebook non è ancora disponibile). In Italia, al contrario, c’è un’altra azienda. Piccola. Produce macchinari industriali. Ha una pagina Facebook gestita direttamente dalla figlia del proprietario. E di “fan” ne ha poco più di 800. Più o meno lo stesso numero dei cosiddetti “amici” dei profili personali. Nonostante tutto, ogni singolo post e ogni singola immagine viene commentata, attiva un dialogo a cui l’azienda risponde tempestivamente, apertamente ed esaustivamente. Certo non sono grandi numeri. Raramente raggiungono i 20. Ma d’altra parte stiamo parlando di macchinari per il packaging, non delle scarpe di Sex and the City. Probabilmente gran parte dei commenti o “mipiace” provengono dai dipendenti dell’azienda stessa. Ma questa volta il messaggio, ricevuto e acoltato è “si, m’interessa”. La differenza? Semplicissima. L’azienda in questione si limita a raccontare se stessa, il suo quotidiano, la sua realtà “vera”. Probabilmente nello stesso modo con cui la signorina che scrive i post racconta se stessa nella propria pagina personale. Certo, forse anche in questo caso parlare di “fan” è un po’ eccessivo (anche in considerazione degli argomenti trattati). Sono semplicemente persone che dialogano con altre persone. E giustificano il fatto prima ancora dei modelli di Harvard, che io – che anche se avrei tanto voluto non sono Mick Jagger – ottengo più consensi della corporation che ha dieci stadi pieni pronti ad ascoltare ogni singola parola pronunciata, ma pieni di gente con i tappi nelle orecchie. A quella corporation quindi vorrei rivolgere quindi la fatidica domanda di morettiana memoria riferita al presenzialismo. “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”. Suggerendo che è inutile perdere tempo ad andare se non si ha il coraggio di chiedere – cito lo stesso film – “ci possiamo vedere per innamorarci di me?”

domenica 27 maggio 2012

NON SONO UN COMPUTER (E SE LO FOSSI, ORA SAREI SCARICO)

La domenica sera è innegabilmente uno dei momenti più “tormentati” della settimana. Non fai niente ma nell’ozioso galleggiare fra un pensiero e l’altro, all’orizzonte non si possono ignorare le pesanti nubi del dovere farsi avanti. Di fatto arriveranno solo il lunedi mattina, e probabilmente saranno anche meno feroci di quanto annuncino all’apparenza. Di fatto sono però sufficientemente roboanti per rovinare gli ultimi momenti di pace in una domenica sera di tarda primavera. E quindi come bravi soldatini sul finire della libera uscita cominciamo a pensare “dovevo fare quello e non l’ho fatto”, “come farò a fare tutto, a farlo bene e a farlo in tempo” ma soprattutto “forse dovrei cominciare già ora”. Come se la domenica sera, un giorno in cui sembra anche Dio si sia riposato, sia invece più opportuno dedicarlo all’espiazione del peccato di qualche ora di dolce far niente. Che il nuovo Dio dei Multitasker proprio non tollera. Siamo in un’epoca in cui la lentezza non è concessa. Ma non come – più o meno negli anni ’90 – in cui se un onesto lavoratore si permetteva di uscire dall’ufficio alle 18 (come da contratto) veniva sarcasticamente salutato dai colleghi con la somanda “oggi fai mezza giornata?”. In quel caso il problema era puramente quantitativo. Ovvero l’importante era stare in ufficio fino alle 21. Non importa a fare cosa. Io, personalmente, avevo imparato un piccolo trucco per evadere da un cliente. E quindi verso le 18:30, riponevo i ferri del mestiere nella borsa e poi mi attaccavo al telefono cellulare fino all’uscita. Facendo così presagire ai colleghi che andavo si via, ma che stavo comunque lavorando, probabilmente stavo recandomi ad una cena di lavoro e comunque la mia giornata di lavoro (prima ancora del contratto) sarebbe stata a tempo indeterminato. Con buona pace di tutti. Ora invece è diverso. Da una parte ci sono ancora molte aziende che alzano l’artiglieria pesante se vedono un dipendente occupare parte della pausa pranzo sui social network o perdere qualche minuto per rispondere a un sms. Dall’altra non è concesso passare una sera senza controllare la propria mailbox o, peccato forse ancora più mortale, farsi un weekend senza portare con se un set di dispositivi elettronici e cavi di connessione di ogni tipo “casomaisuccedessequalcosa”. Mi piacerebbe poter dire che è un problema di organizzazione aziendale. Ma dato che questa frenesia del “tempo reale” di fatto ce la portiamo dietro anche nella vita reale, sospesa tra un tweet e un whatsapp, il problema è prima, fuori e oltre i cancelli delle aziende. E’ un problema culturale. Di fatto, il multitasking, è il nuovo imperativo. Il tutto e subito al posto del qui ed ora. Efficienza e produttività dal sapore vagamente “sacrificale” e “nobilitante”. Bene i discepoli del Multitasking sappiano, giusto per avere un territorio di riferimento, che di fatto il loro Dio è nato fra un chip e l’altro. La parola multitasking ha infatti origine riferita ai sistemi operativi dei computer. Oggetti alquanto privi di anima che sono in grado di eseguire più programmi contemporaneamente. Se ad esempio viene chiesto al sistema di eseguire contemporaneamente due processi A e B, il processore eseguirà per qualche istante il processo A, poi per qualche istante il processo B, poi tornerà ad eseguire il processo A e così via. Qualcuno deve aver pensato che se funziona su una macchina, a maggior ragione deve funzionare sul cervello umano. Pensava male. Perché, cari orgogliosi multitasker c’è una brutta notizia per voi. Siete affetti da una sindrome. Una ricerca della Stanford University che ha messo a confronto cento studenti, tra multi attivi e cosiddetti “tranquilli” ha portato al risultato che il cervello del multitasker lavora male, è disattento, ha difficoltà di concentrazione, problemi di memoria e non riesce a distinguere gli elementi rilevanti da quelli irrilevanti. C’è ben poco di cui vantarsi. E uscirne è tutt’altro che semplice. Ci ha provato lo scrittore e giornalista americano A.J. Jacobs, obbligando se stesso a vivere ogni ora di ogni giorno facendo una cosa alla volta. E quindi niente più colazioni frenetiche mentre si accende il computer o si controlla la mail, niente cena con la tv accesa, niente telefonate mentre si legge o si lavora. All’inizio ha rischiato di impazzire, perché sembrava tutto così innaturale. Poi ha rischiato di essere preso per pazzo dato che l’unico modo per fissare la concentrazione su una singola azione era dirla a se stesso (e chi parla da solo non fa mai una buona impressione). Alla fine ne è uscito, ed è stato meglio. Non ha smesso di essere un multitasker, ma ha imparato a tenere il problema “sotto controllo”. Anche l’autorevole Harvard Business Review si è occupata ultimamente dell’argomento giungendo più o meno alle medesime conclusioni. Soprattutto al lavoro, oltre il 50% delle persone manifesta segnali di stress all’ennesima potenza. Non solo per il numero di ore lavorate, ma per l’enorme quantità di compiti da gestire contemporaneamente. Senza fermarsi un attimo, senza confini. Ovunque andiamo le tecnologie ci seguono, invasive e persecutorie quanto irrinunciabili. E’ fin troppo chiaro, e non ci vuole Harvard, che il problema però non sono le tecnologie. Siamo noi, con le nostre smanie di onnipotenza e iperprestazione. Perdendo, ad esempio, la consapevolezza (anche abbastanza elementare) che, se incrementiamo il consumo di energia disponibile nel corso di un’ora, ne avremo ragionevolmente meno a disposizione per l’ora successiva. E l’idea che comunque alla fine la produttività sia incrementata è una mera illusione. Giusto per dare un ordine di grandezza, il multitasker impiega in media il 25% di tempo in più per portare a termine ogni operazione. Sempre che non vada in crisi nel frattempo. Anche la Harvard Business Review propone una ricetta per “controllare la sindrome del facciotuttosubito”. Più socialmente praticabile dell’esperimento di Jacobs. E quindi, nel caso dei manager, è essenziale seguire tre regole. Per quanto riguarda le riunioni mai superare i 45 minuti, restare concentrati e rispettare la puntualità. E poi bisogna evitare di chiedere o aspettarsi riscontri immediati in ogni momento della giornata forzando così le persone ad attivare comportamenti reattivi e a non riconoscere le priorità. Infine è importante che vengano rispettati i momenti di ricreazione (e mai termine fu tanto opportuno). Ma anche fuori dall’ufficio si può arginare la dipendenza da multitasking. Ad esempio facendo le cose più importanti al mattino, senza distrazioni (neanche la musica), in un lasso di tempo compreso fra i 60 e i 90 minuti e fissando un momento di chiusura come supporto per resistere a eventuali “tentazioni”. Poi è necessario stabilire agende che prevedano anche attività a lunga scadenza, che permettano il naturale sviluppo del pensiero strategico e creativo ma – soprattutto- che ci ricordino che non è tutto urgente. E infine bisogna fare in modo che le vacanze siano tali, e quindi un momento di reale “disconnessione” dal quotidiano e dai pensieri incombenti. Sembra facile e banale, certo. Come, per chi fuma, passare una giornata intera senza fumare. E senza neppure pensarci. Ma adesso, proprio perché è domenica sera, chiudo il computer e non ci penso. Mi rifugio in un passo appena letto all’interno di “Le nostre vite senza ieri” di Edoardo Nesi. Dice: “avrei dovuto dirgli tutto ciò che penso, al ragazzo coi capelli rasta. Dirgli che bisogna stare attenti a parlar male dello spreco, perché lo spreco è il linguaggio e l’uso della giovinezza, il figlio primogenito dell’impegno, la conseguenza necessaria dello spendersi senza sosta e senza costrutto alla ricerca d’un risultato futuro che potrebbe anche non venire mai, ma che di certo non verrà se non lo si insegue follemente e disperatamente. Avrei potuto dirgli che lo spreco è vita, pura vita, poiché è dallo spreco di ogni volontà e di ogni energia che alla fine nasce il progresso, non certo dal lesinare. Che è dallo spreco totale della vita di ogni artista che nascono i capolavori”.

venerdì 4 maggio 2012

THE WOW! SIGNAL

Possiamo dire quel che vogliamo, saremo pure schiavi di tutta questa tecnologia, iperconnessi, iperoccupati e iperstressati. Ma questo mondo, quello che scorre tra web e realtà, è decisamente entusiasmante. Innanzitutto, e scusate se è poco, perchè è in continua evoluzione laddove tutto il resto sembra sprofondato in una inquietante paralisi. Ma, soprattutto, perchè riporta la società ad una primitiva, perduta quanto preziosa, dimensione organismica. Tipica delle strutture sociali tribali, che non si concepiscono come "somma di individui" ma dove ogni individuo è un organo vitale per la sopravvivenza della tribù stessa. Ad esempio gli Zo'è, una piccola comunità tribale amazzonica, non concepiscono il conflitto. Per loro è un cancro. E per questo non appena i toni di una discussione cominciano ad alzarsi, i membri della comunità si mobilitano per solleticare i potenziali litiganti e arginare ogni antagonismo. Ma anche la condivisione è un atto spontaneo e dovuto. Per questo nel vocabolario degli Zo'è non esiste la parola "grazie". Noi chiaramente non siamo così. Non viviamo nudi e siamo in competizione non solo con una moltitudine di persone, ma spesso anche con noi stessi, Veniamo - forse - fuori da una cultura basata su un individualismo sfrenato travestito da meritocrazia. Che, è sotto gli occhi di tutti, ci ha portato un po' alla frutta. Sotto ogni profilo: sociale, culturale, politico ed economico. Più studio il fenomeno dei social media (e vi partecipo) più mi rendo infatti conto che probabilmente è la scintilla di una nuova era, quella di una "democrazia sociale". Non sto filosofeggiando (cosa che peraltro adoro fare). Sto parlando di fatti concreti. Alcuni decisamente eclatanti. Come la cosiddetta primavera araba. Altri che invece forse siamo già troppo occupati a viverli per raccontarli. Il denominatore comune è sicuramente il senso del "collettivo". Probabilmente è finito il tempo in cui i bambini venivano educati ad allenare la memoria (anche con metodi crudeli come imparare le poesie del Pascoli). Ma questi bambini, e non solo loro, oggi possono fare appello ad una sorta di "memoria collettiva e globale" impensabile fino ad ora. Ad esempio, mi è successo casualmente di udire le parole "Bauman" e "società liquida". Di cui non conoscevo assolutamente nulla. Probabilmente solo dieci anni fa, aldilà di un momentaneo arricchimento del mio vocabolario, non sarebbe successo nulla. Oggi in circa 90 secondi sono riuscito a sapere chi era Bauman e ad avere una prima, seppur sommaria, idea di che cosa si intende per "società liquida". Con un po' più di tempo a disposizione sono riuscito a farmi un'idea più circostanziata di questa teoria. Nei prossimi giorni probabilmente avrò l'opportunità di approfondire ulteriormente l'argomento. Sempre grazie a questa memoria collettiva "fuori da me" sono riuscito a dare un significato al "Wow! Signal" e pure a sentirlo (lascio a voi l'emozione di sperimentarne la scoperta e il suono). E se la "memoria collettiva" permette di poter raggiungere livelli di condivisione di informazioni inimmaginabili finora e di arginare quei cali neuronali a cui quelli che, come me, hanno superato i quarant'anni sono ineluttabilmente soggetti, l'"intelligenza collettiva" permette di mettere in comune competenze, creatività e innovazione. Liberandoci finalmente dal rigore di una matematica che si ostina ad affermare che 1+1=2. Oggi 1 più 1 fa almeno 5679. E quindi - l'ho appena finito di leggere su una rivista - se le banche non concedono mutui, l'intelligenza collettiva ti viene in soccorso con la Wikihouse e il social housing. Un'iniziativa nata dallo Studio00 di Londra (un collettivo di specialisti del low-carbon design e delle nuove forme comunitarie) che ha dato vita a un progetto "in progress" per la costruzione di una casa "low cost", a impatto zero, da assemblare in nove mosse come un mobile Ikea. Geniale l'idea, ma ancora più geniale è la sua natura in progress, diretta a creare una comunità di progettisti (potenzialmente infinita) che, scaricando un plug-in del progetto , sono invitati a modificarlo, manipolarlo e perfezionarlo. Di esempi del genere ce ne sono a migliaia. Anche meno eclatanti ovviamente. E da qui possiamo spostare l'attenzione su una nuova "coscienza collettiva", su una "opinione collettiva", su una "responsabiltà collettiva". Tutto porta comunque a un mondo nuovo. Un mondo che tenta di  migliorarsi attraverso una ricodificazione in chiave organismica del concetto di "partecipazione". E tutto subito fa pensare che il mondo che ancora pone resistenze a questo vento di cambiamento sia più vecchio di Jurassic Park. Destinato ad estinguersi nel deserto dei "ma tanto la bolla scoppia" e dei "tutto passerà e ritorneranno i vecchi paradigmi solidi e sicuri (sicuri???!!!)". Stiamo naturalmente parlando di persone, aziende e organizzazioni che hanno drammaticamente perso una parte importante della loro identità genetica. Quella sociale, forse naif, ma anche in quanto tale ideativa, sperimentale e innovativa. Persone, aziende e organizzazioni che anche di fronte a un "Wow!Signal" non si pongono neppure il semplice interrogativo di sapere, almeno, che cos'è.

lunedì 23 aprile 2012

TI PIACE BRAHMS?

Credo sia ormai evidente per tutti che fare un distinguo fra il virtuale e il cosiddetto "mondo reale" abbia da tempo perso ogni senso. E da tempo io preferisco parlare di "interrealtà", ovvero di una terra di mezzo, come definito da Giuseppe Riva, risultante dalla fusione di reti virtuali e di reti reali mediante lo scambio di informazioni tra di esse. Nell'interrealtà io posso modificare in modo consistente la mia esperienza e identità sociale.  Allo stesso tempo sono io a decidere se questa terra di mezzo è più vicina ai confini del reale o del virtuale. I social network, e così chiudiamo subito questa banalissima premessa, sono solo un mezzo. Sta a me decidere di usarli per andare su Marte o per scendere ancora di più sulla strada. Ecco, per una volta, parliamo di un'interrealtà vicina alla pavimentazione stradale. Si chiama "social network ambientale". Il presupposto è quello di tutti i social network, ovvero un'"intelligenza artificiale" che permette, in base a pochi dati immessi di recuperare memorie e persone perse, e di gestire efficacemente almeno tre dei sei gradi di separazione che vi sono fra Mario Rossi e la Regina Elisabetta. Questa volta permette a Mario, che si sta godendo un caffè in un bar del centro in compagnia di un buon libro di incontrare Helga che, casualmente si trova nello stesso bar e, altrettanto casualmente condivide gli stessi gusti letterari di Mario. Poi da cosa nasce cosa e da li in poi si aprono mille scenari possibili. In pratica si tratta di un'evoluzione di quelle applicazioni (da Foursquare in poi) di geolocalizzazione. Il passo avanti è che mentre Foursquare agevolava la coincidenza, ovvero permetteva di far incontrare due persone che già si conoscevano e che per caso si trovavano nello stesso posto, con questa nuova generazione di applicazioni si conoscono persone nuove. Basta impostare alcune brevi informazioni sullo smartphone, più o meno le stesse che servono per impostare un profilo sui tradizionali social network, e trovarsi al momento giusto nel posto giusto. Non solo, se a forza di leggere si è fatta l'ora dell'aperitivo e nel frattempo Mario ha condiviso con Helga la passione per gli scrittori cubani, l'applicazione suggerisce anche se c'è un posto nei dintorni dove è possibile proseguire la conoscenza davanti a un Mojito fatto a regola d'arte. Si chiamano Highlight, Glancee, Kismet e Banjo, sono tutte gratuite e facilitano la socialità. Quella vera e in carne ed ossa. Ovviamente questo fenomeno che, ai tempi di Facebook, è esploso praticamente nel momento stesso in cui è nato, ha posto subito alcuni dubbi, soprattutto per quanto riguarda il tema delicato della privacy. Temo che, ancora una volta, siamo di fronte a un falso problema. Risolto dal fatto che dal momento in cui decidiamo consapevolemente di mettere in piazza una parte più o meno estesa della nostra vita, siamo noi che decidiamo necessariamente di rinunciare ad una porzione più o meno estesa della nostra privacy. E francamente in un'epoca caratterizzata da solitudini cosmiche e anoressie esistenziali sembra che il gioco valga la candela.  E' peraltro assolutamente chiaro che queste applicazioni saranno nuove, ulteriori telecamere spia sui nostri spostamenti, sui nostri consumi e sui nostri stili di vita. Ma ne avevamo già altre. Tante e attive da molto tempo. Si chiamavano carte di credito, Google, Myspace ecc. E se comunque queste "intrusioni" favoriscono anche un cambio delle regole del marketing aziendale facendo in modo che io riceva più spesso proposte di prodotti e servizi in linea con il mio stile di vita ben vengano. Anzi, magari è la volta buona che i molti "nemici della cellulite" capiscano che il problema non mi riguarda/non mi interessa e riescano finalmente a dirigere meglio i loro massicci sforzi comunicativi. Con buona pace di tutti.